Una vastissima letteratura descrive il ruolo della
casa nei destini dell'individuo. Fin dalle scuole elementari, dove il maestro Tino (che godeva del cantilenante soprannome di "Tino, Tino, pelatino") mi insegnava i primi rudimenti di lingua inglese, ho amato il vocabolo
"home". Ero poco più che una bambina e tuttavia questa parola non tardò a depositarsi nella mia memoria evocativa.
Intrisa di passi sicuri, libri noti, piatti già gustati, la casa vive di evidenze. Tutto è familiare, eternamente presente e impensabile in un altro luogo. Non c'è nulla di sconosciuto, estraneo, fastidioso: le voci si rincorrono senza destar curiosità o sospetto, le figure ti carezzano senza brividi, i colori si perdono nella cornice. Il mistero resta alla porta, talora bussa, ma non varca la soglia. Solo il suono del campanello ridesta l'attenzione, ruba la pacatezza e riporta la furia dell'inesplorato.